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Nel 1875 questo giovanotto californiano era già in botte. Un intervallo di appena quarantasei (leggasi q-u-a-r-a-n-t-e-s-e-i) anni per scivolare poi, nel 1921, in bottiglia. Eravamo in piena epoca proibizionista. L’Angelica wine è un blend di mission grape, con l’aggiunta di brandy.  Furono i missionari spagnoli a introdurre questa varietà in Messico nel XVIII secolo; in Spagna la chiamavano Palomino Negro, almeno fino agli ultimi dececenni del ‘900 quando fu spazzata via dalla della fillossera.

I pochi filari sopravvissuti si trovano nelle accessibilissime isole Canarie, altrimenti provate in California. La bottiglia che abbiamo davanti arriva dalla Contea di San Bernardino. “La viticoltura si sviluppa sempre vicino a un centro abitato. E in California tutto nasce nella zona sud di L.A., precisamente a Cucamonga”, ci racconta Darrell Corti: “A walking encyclopedia”. L’etichetta (vedi foto) ha qualche ruga, non possiamo dire lo stesso per il contenuto. La bottiglia è stappata, ma facciamo un passo indietro.

La bottiglia fa parte della collezione privata di Isaias Hellman, presidente di ben 17 istituti bancari, nonché coofondatore della Well Fargo. Fare vino era il suo hobby, la sua passione. E con l’aiuto dell’enologo Jean Louis Sainsevain fu tra i primi produttori del Nuovo Mondo. “Curiosamente – continua Darrell – proprio nella zona di Cucamonga in quegli stessi anni trovava luogo il vigneto più esteso del mondo: oltre 1.000 ettari. Il protagonista di questa storia parallala è Secondo Guasti, un piemontese che emigrò in California portando con sé barbatelle di Barbera. Il suo vigneto era talmente grande che per vendemmiare venivano adoperati i vagoni della ferrovia”. Oggi vanno di moda gli elicotteri.

Rimandendo in tema di binari, Hellman fu tra i principali coofinanziatori della rete ferrioviaria che collegò per la prima volta le due coste degli Stati Uniti. Torniamo alla bottiglia: 1875,  Nuovo Mondo. L’italia? Fatta, il problema era dirlo agli italiani. Riattraversiamo l’oceano – qui Stati Uniti – proprio nel 1875 veniva varato il “Civil Rights Act”, per la prima volta veniva vietata la disciminazione razziale. Per quella c’erano le guerre indiane. In un caffé di Parigi qualcuno recriminava ancora sull’atteggiamento difensivista dell’esercito nazionale contro il Regno di Prussia durante l’assedio alla città. Nel tavolino accanto, tra busti generosi e champagne morbidi e suadenti, si parlava d’altro.

Eccoci nel bicchiere. Il colore è un ambrato intenso, intensità e viscosità eccezionali. Ci avviciniamo al bicchiere chiudendo gli occhi e sognando storie in bianco e nero e interminabili viaggi in transatlantico. Ma chi l’ha detto che in terza classe, che in terza classe si viaggia male? Avvertiamo profumi di fichi secchi, un leggero tocco di liquirizia e caramello. E una bellissima nota d’arancia appena candita. Incredibile a dirsi: è fresco, vitale, armonico. Al palato ha l’energia di un maratoneta e la sapienza di un giocatore di scacchi. Inizio morbido, tocco di spezie orientali e cannella, poi una balsamicità dirompente. Dinamico, con una vibrante acidità di fondo a trascinare sensazioni di miele e fichi secchi. Ricontrolliamo l’etichetta, si è proprio del 1875. E’ dolce, mai stucchevole, con sensazioni finali di scorza d’arancia. Centoventisei anni portati splendidamente. Chiude lungo e persistente. Riapriamo gli occhi: siamo in un salòn pieno di fumo, si discute di giacimenti petroliferi, fuori ci sono sterminati campi di mais assolati. Il treno a vapore in partenza non c’è, ma noi ce lo immaginiamo comunque. In fondo al locale, accanto alla cassa, il profilo di un banchiere.

 

Hanno messo la faccia. Ecco l’associazione Bioviticultori, presentata in occasione di Enologica. Sono 6 vignaioli. Cosa hanno in comune? Particolare sensibilità per la loro terra, l’idea di uno sviluppo sostenibile e un’etica produttiva, un regime di coltivazione biologico e biodinamico, qualità e numeri prettamente artigianali; 40 ettari totali per una produzione che non supera le 80mila bottiglie annue.

Si sono associati per promuovere un territorio poco valorizzato ed esplorato. Sono dei cultori del luogo che portano avanti aziende ad personam, ovvero realtà in cui il lavoro in vigna, la vinificazione e la commercializzazione sono quasi sempre frutto di unico soggetto. Ecco i nomi: Paolo Babini (Vigna dei Boschi), Stefano Bariani (Fondo di San Giuseppe), Filippo Manetti (Vigne di San Lorenzo), Emilio Placci (Il Pratello), Andrea Bragagni e Paolo Francesconi.

Presentazione e degustazione, entriamo nel vivo del racconto. Il tema? Naturalmente Sangiovese. Ad aprire le danze ci pensa l’azienda più giovane, ovvero Fondo di San Giuseppe che ha cominciato a imbottigliare dal 2008. Le vigne di Sangiovese non sono ancora in produzione, iniziamo dunque con una digressione: Il Fiorile 2010, un campione Albana di Romagna vinificato in vasche di cemento, che si presenta con un colore ambrato carico. E’ ancora giovanissimo, con sensazioni resinose e di uva passa all’olfatto ed un palato avvolgente, ricco di frutto e polpa, con un finale delicatamente amarognolo e leggermente tannico tipico del vitigno. Ideale con alcuni piatti a tendenza dolce come i tortelli di zucca. Sarà imbottigliato tra circa 6 mesi, lo aspettiamo.

 

Dall’azienda più giovane passiamo alla prima bottiglia di Sangiovese prodotta: è il Badia Raustignolo 1998 de Il PratelloEmilio Placci è stato tra i primi a scommettere sui vigneti d’altura, siamo a Modigliana, 600 metri con terreni marnosi arenacei. Tiene bene il colore, con un’unghia appena granata, mentre all’olfatto offre un affascinante profilo di spezie orientali, scorza d’arancia e un frutto rosso ancora ben vivo.  Straordinaria acidità e profondità il palato, con tannini ben amalgamati e un finale lungo e sapido. E’ un vino di grande rigore, figlio di un clima rigido e terreni ricchi di minerali. Davvero un bel vino.

Dal 1998 passiamo al 2003: una delle annate più calde e complicate dell’ultimo decennio. Scendiamo di latitudine, siamo a Faenza, su suoli argillosi. Il protagonista è Paolo Francesconi con il Sangiovese di Romagna Sup. Le Iadi Ris. 2003. Nessuna nota di surmaturazione o eccessivo calore, a sensazioni di ciliegia e ribes segue un palato ricco di frutto e potenza, ma anche freschezza e sobrietà. Un piccolo miracolo.

Continuiamo con un’ottima annata come la 2004, e qui torna in scena Emilio Placci con il suoSangiovese Mantignano Vecchie Vigne. Leggera riduzione al naso, poi lentamente si apre su toni di frutti neri e terra bagnata. Il palato mostra grande solidità e integrità: è un vino verticale, asciutto, di grandissimo carattere. In questa fase si concede poco, ma ha la stoffa del campione in un momento di riposo.

Paolo Babini presenta il Poggio Tura 2005. E qui abbiamo una conferma: il Sangiovese di Romagna sa esaltarsi in annate fredde. Vigne dei Boschi ha sede a Brisighella con vigneti circondati da boschi che si estendono  nell’alta Valle del Lamone sempre secondo i dettami biodinamici. Sangiovese in purezza di grande classe il Poggio Tura 2005, con un profilo olfattivo caratterizzato da toni terrosi, con sensazioni di radice, un frutto maturo fragrantissimo e un bel sottofondo floreale. Vellutato e sottile al palato, ma allo stesso tempo dinamico, avvolgente e di grande persistenza.  L’armonia d’insieme fa la differenza, fatichiamo a fermarci al primo bicchiere.

Con l’annata 2006 conosciamo un altro vignaioloStefano Manetti e la sua azienda Vigne di San Lorenzo. Siamo a Campiume dove Stefano aprirà ad Aprile un agriturismo in grado di accogliere al meglio i visitatori tra vigne e rovine romane. Il suo Sangiovese Campiume è stata una rivelazione. Non è un vino perfetto, ha qualche imprecisione a livello olfattivo ma è vino di carattere, grinta e identità. Colore piuttosto scarico – come del resto quasi tutte le versioni proposte in degustazioni – e sensazioni di mora e pepe; la tensione offerta dal palato è la marcia in più di questo vino dinamico pieno di vitalità, energia e sfumature sapide.

Chiudiamo con Andrea Bragagni e il suo Sangiovese Casa ai frati 2007.  La sua azienda agricola si trova a Fognano, in una suggestiva vallata a 350 metri appena sopra Brisighella. Nessuna concimazione, solo rame e zolfo per i trattamenti, rese per ettaro che non superano i 40 quintali e vini da vitigni autoctoni in purezza. Andrea è un bianchista e lo conferma il suo Sangiovese dai freschi toni agrumati nonostante l’annata piuttosto calda. Spiccata l’acidità al palato, caratterizzato da note saline e toni di macchia mediterranea.

Lorenzo Ruggeri

Siamo nella Valle de Uco, circa 80 km a sud di Mendoza. Sullo sfondo lo spettacolo della Ande, le vette stuzzicano i 5.000 metri di altezza. Vigneti strappati al deserto a perdita d’occhio. E’ nato qui il progetto innovativo che vi presentiamo: The Vines of Mendoza. Gli ettari a disposizione sono 120, i proprietari oltre 90. L’idea era semplice: offrire una possibilità a tutte le persone che hanno sempre sognato di fare il proprio vino in uno dei terroir più vocati del Nuovo Mondo. Il successo è stato repentino. Il lotto minimo è di tre acri (1,2 H), ma avendo a disposizioni qualche soldo in più se ne possono acquistare fino a 10. Nei costi – circa 65.000$ ad acro – sono incluse anche le spese di piantagione, irrigazione e assistenza nei primi e delicati tre anni: il tempo necessario per mettere una vigna nelle condizioni ottimali.

Ognuno è libero di personalizzare a piacere i propri filari: sono oltre 15 le varietà piantate. Il Malbec fa ovviamente la parte del padrone, ma c’è anche chi ha pensato di piantare Cabernet franc, Nero d’avola, Muscadet, tanto per citarne alcune. Ognuno può scegliere l’enologo di riferimento ed usufruire della moderna attrezzature della cantina appena costruita per vinificare. L’esperta Mariana Onofri, wine director, saprà indirizzarvi verso lo stile di produzione che più vi soddisfa. Ci sono tanti nordamericani, canadesi e tedeschi: tutti uniti dalla passione per il vino. Avvocati che prendono le ferie per venire a vendemmiare le loro uve. L’imperativo? Sporcarsi le mani di terra, gustarsi un buon asado e una vista che ha pochi paragoni nel panorama vitivinicolo mondiale. Tutto è nato nel 2007, ma lo sviluppo è impressionante: è in costruzione un resort a cinque stelle; la 2010 è stato per molti l’esordio produttivo. E non mancano storie di successo – ci racconta Emily Camblin, marketing director – come quella di Michelle Paris. Aveva intrapreso l’attività per hobby. Oggi ha avviato una proficua attività di export nel suo paese di provenienza: il Canada.

Santiago Achàval, tra i più famosi enologi argentini, è il consulente del progetto che si articola anche di una fornitissima tasting room nel pieno centro di Mendoza. E’ una struttura unica in tutto il Sud America: oltre 100 vini in mescita. E poi degustazioni guidate, blind tasting, corsi di formazione e vendita. Con un occhio di riguardo per le boutique wineries argentine. E’ qui che abbiamo imparato a cogliere le sfumature dei diversi terroir mendocini. I malbec più affilati, vigorosi e minerali sono proprio quelli della Valle de Uco.

Una macchina targata “oinos” (dal greco, vino) e una cantina che meriterebbe il patrocinio dell’Unesco. Darrell Corti è stato un vero apripista nell’importazione di eccellenze enogastronomiche italiane in California. E’ considerato uno dei più grandi esperti di vino al mondo, “The man who knows more about wine and food than anybody else” per il Los Angeles Time. Un uomo di grande cultura, aggiungiamo. Lo siamo andati a trovare nella sua città: Sacramento. Qui nel 1947 è nata Cortibrothers, un vero emporio del gusto: troverete dal panettone al chinotto di Savona, al sale di Cervia, al nerello mascalese Brut vinificato in rosa. Da qualche anno ha preso una scelta netta in fatto di vino: non acquista più vini oltre i 14 gradi alcolici. “Per arginare i vini fotocopia”, spiega.

Come valuti oggi la richiesta di vino italiano in Usa?

Rimane alta, il vino italiano è ormai ben radicato tra i consumatori americani. L’interesse è in crescita, ma bisogna ricordare ai produttori italiani di avere i piedi per terra con i prezzi. Oggi la moda detta le vendite, molti miei colleghi americani si limitano a vendere prodotti ben criticati dai media. A livello d’incassi è uno stratagemma vincente. Io nel mio piccolo cerco di formare il cliente, magari perdo 5 minuti per spiegare da dove viene un Grignolino che poi non verrà acquistato. Ma il cliente avrà una nozione in più e magari la prossima volta tornerà incuriosito per provare il prodotto.

Qual è la regione vitivinicola italiana con più prospettive oggi?

In Italia tutte le regioni offrono panorami diversi con vini unici e di grande iteresse. Il panoramo è variegato, il cliente americano scopre ogni giorno prodotti nuovi. Se devo fare un riferimento, dico la Valle d’aosta di cui si parla sempre poco. Penso a vitigni come la petite arvine, la torrette. E poi, spostandoci a sud, stravedo per il Frappato, un vitigno poco valorizzato.

Darrell, toglimi una curiostà. Perché negli Stati Uniti il Pinot grigio ha tutta questa popolorità? In Italia non gode della stessa fama.

Un fumetto del Newyorker fotografa la realtà meglio di tanti discorsi. Due persone sono sedute a tavola in un ristorante e uno esclama: “Sinceramente preferisco lo Chardonnay, ma quanto amo pronunciare Pinot grigio!”. E’ moda, a volte il successo è dovuto a fatti curiosi, spesso imprevedibili. Si pensa al successo del Primitivo negli Usa dopo la scoperta della parentela con lo Zinfandel.

Un vino italiano che ti ha sucitato un’emozione particolare?

In Italia ci sono grandissimi vini che per ragioni particolari rimangano ancor piuttosto sconosciuti. Ad esempio il Piemonte orientale è un serbatoio di eccellenze. Siamo stati i primi in Usa ad imporatre Ferrando, il suo Carema etichetta nera del 1962 mi ha lasciato un ricordo speciale. Allia cieca qualcuno ha esclamato Borgogna.

La scoperta?

Ultimamente sono rimasto piacevolemente sorpresa dal Lugana Superiore 2006 di Ca’ Lojera: un gran bel vino. L’ho scoperto in una degustazione pochi giorni fa.

Passiamo alla California. Si può parlare di cru? Come sta evolvendo il gusto californiano?

Non si parla di cru, ma di cantine ed etichette. Non c’è il concetto di cru, si può parlare di brand che traina le vendite. Lentamente arriveremo a una zonazione, oggi ancora la moda di piantare nuovi vitigni, questa ricerca del nuovo a tutti i costi. A livello di gusto qualcosa sta cambiando, con un ritorno all’enologia degli anni ’60. C’è la tendenza del “vino fresco e pulito”. Le tecniche di cantina sono andate avanti in modo troppo spinto, cercando spesso maturazioni eccessive. E in California abbiamo già molto sole e calore.

Hai detto che i vini migliori della Calfornia non sono quelli della Napa Valley. Puoi spiegarci meglio il concetto.

In enologia ci sono spesso tante mitizzazioni. Come lo era il Picolit nella Repubblica Veneta, si creano miti che poi prendono una propria strada. Il problema è che arrivamo a uno scarto tra realtà e ciò che si dice. Negli Stati Uniti si trasforma nell’assioma vini californiani=Napa. Ma Napa non è la California, è una piccola parte, estramemente limitata. Si producono ottimi vini in tutta la regione. E nel vino non si può parlare di migliori, bisogna contestualizzare anziché generalizzare.

Viaggiamo nel tempo, qual è la bottiglia più antica che hai stappato?

Un Madeira del 1740- tira fuori la bottiglia conservata nel suo studio e prosegue – sul trono c’era Maria Teresa; era vivo Voltairre; la rivoluzione francese doveva aspettare cinquant’anni. Era interessante, con lo stile tipico di quel tempo, simile a un vino cotto.

Chiudiamo tornando egli esordi. Com’è nata la passione del vino?

Non m’interessavo di sport, dovevo pur interessarmi di qualcosa? Mio nonno materno produceva vino, da lì all’interesse per la cucina il passo è stato breve. Vino e cucina sono cose viventi, fanno parte di una cultura che viviamo quotidianamente. Non si smette mai d’imparare.

Accendere un mutuo per stappare un ottimo champagne? Non è sempre necessario sottoscrivere la temuta polizza. Basta armarsi di curiosità, una dose di pazienza e un po’ d’intraprendenza. Qualche ostacolo di percorso è garantito, ma vi farà apprezzare ancor di più le prestigiose bollicine d’oltralpe.

Propro loro, le cuvée che vi daranno maggiori soddisfazioni, chiamale se vuoi emozioni. Un rapporto strettissimo, anche morboso, che vi accompagnerà a lungo. Abbiamo tirato le somme di questi faticosi anni tra panel, wine bar, visite in cantine e sbicchierate tra le mura domestiche. Con la birra a chiudere, come da tradizione, le nostre serate sui lieviti.

Alcuni tra questi sono vigneron introvabili, altri più conosciuti e noti. In comune hanno un prezzo friendly e tutta la nostra devota ammirazione. Ecco le bottiglie che c’hanno colpito per costanza, per qualità e, soprattutto, per fascino.


Champagne Brut Réserve Grand Cru 100%

Paul Bara

Partiamo da Bouzy, comune a Grand Cru. Qui al governo, con una maggioranza schiacciante, c’è il pinot nero. Siamo a casa di un rècoltant-manupilant piccolo e virtuoso, non lo scopriamo oggi. Ma è sempre un piacere raccontare il suo Brut. Il profilo olfattivo è giocato su fragranti sensazioni di pane tostato che lasciano gentilmente il posto ai piccoli frutti di bosco. Sullo sfondo un pubblico di sensazioni più agrumate. Al palato è morbido, armonico, con una spalla acida ben integrata in una struttura snella che sembra tarata su misura da un abile sarto. Più che piacevole, azzardiamo goduriosa, la beva. Piccolo invece il prezzo, ma riusciremo a farcene una ragione. Perfetto su una croccante frittura di paranza. Saranno perseguitati penalmente coloro che cospargeranno di limone il piatto…
Euro 33
Importato da Bolis

Champagne Brut Blanc de Noirs
Benoit Lahaye

Non ci muoviamo da Bouzy, siamo sempre nel cuore della montagna di Reims, con i suoi ettari coltivati prevalentemente a pinot nero. I vini del posto parlano una lingua che ci piace. Facciamo visita a Benoit Lahaye che dal 2003 è stato fulminato sulla via di Damasco dalla filosofia biodinamica. Assaggiamo il suo Blanc de Noirs, la cuvée base; affascinante fin dall’olfatto, con un frutto rosso generoso e spiccati sentori di pan brioche e fieno. E poi una bocca che non ti aspetti: affilata e verticale, con un’acidità portentosa. Tanta tensione “sassosa” per questo Extra Brut mascherato (dosaggio 5g) che gioca con gli agrumi raccontando la forza di un’irriverente gioventù. E’ dritto e sapido, pragmatico ed essenziale. Da sorseggiare accanto a una faraona dorata e abbondante.
Euro 38
Importato da Teatro del Vino

Champagne Réserve Grand Cru  R.
R. Charlemagne

Le Mesnil è un territorio unto dal Signore. Tutto ciò che proviene da questi suoli si traduce in raffinatezza e grazia. Siamo andati a scovare il “base” di questo piccolo e sconosciuto Rècoltants da 3 generazioni. La produzione totale si aggira sulle 30.000 bottiglie l’anno, una piccola chicca. La Réserve Grand Cru è un classico Blanc de Blancs elegante e molto ben definito. Si cominicia con fini sensazioni di lieviti, mela verda e lime. Morbido l’attacco al palato, con un bella spalla acida ben integrata in una struttura snella e slanciata. A fare da sfondo mineralità, una carbonica carezzevole e una bella precisione stilistica. Non è lunghissimo, ma l’equilibrio qui è magistrale così come la corrispondenza gusto-olfattiva. Da sbicchierare al ritorno dal mare sopra uno spicchio di parmigiano reggiano.
Euro 35
Importato da Capagio


Champagne Special Cuvée

Bollinger

Un porto sicuro, una garanzia di qualità. Precisiamo, di altissima qualità. Proviene da una Maison di culto, fondata ad Aÿ nel 1829, che sa coniugare con saggezza grandi numeri, eleganza e qualità. E’ un Blanc d’assemblage, in prevalenza pinot nero, di paradigmatica eleganza espressiva. Al via, ovvero nel bicchiere, si presenta con un colore giallo paglierino scarico e brillante, perlage fine e persistente. All’olfatto si avvicendano delicati profumi di pane tostato, scorza di limone, e una sussurrata nota di lavanda. Il Contesto? Di grande freschezza. Rotondo e armonico il palato, di godibilissima scorrevolezza e sapidità. E’ pieno, fresco, ma anche ricco di nerbo, quindi grazia e persistenza. Di pericolosissima beva! Un best buy, insomma.
Euro 48
Importato da Gruppo Meregalli

Champagne Brut Classic
Deutz

Continuiamo nella nostra ricerca ad Aÿ, comune curiosamente gemellato con Sinalunga in Val di Chiana. E’ la volta di Deutz, Maison del 1838 oggi di proprietà di Roederer. Vi segnaliamo questo base davvero ben modulato. L’ottima spalla acida è la chiave di lettura di questo vino sottile che si presenta con un giallo paglierino scarico e brillante. All’olfatto regala sensazioni di mandorla tostata e mela verde, con sfumature balsamiche che ritroviamo puntuali in un palato giustamente secco, ricco di slancio e vitalità. Fino ad allungarsi in un finale lineare e coerente, con l’agrume a dettare i tempi in  un sottofondo di fiori bianchi freschi. La grana fine della bollicina fa la differenza; fermarsi al primo bicchiere non è un’ipotesi da prendere in considerazione.
Euro 40
Importato da Fazi Battaglia

Champagne Extra Brut de Réserve
Pol Roger

Tra le grandi Maison Roger si distingue per la costanza qualitativa di tutta la sua batteria, dalle grandi cuvée – non ci dispiace poi così tanto la cuvée Winston Churchill – al base che vi segnaliamo. Non è poco, e soprattutto non è da tutti. L’Extra Brut in questione è un bell’esempio di potenza ed eleganza, verticalità e pienezza. Il frutto è integro e croccante, arricchito da un bel carattere floreale e una carbonica setosa ben integrata in una struttura ricca e mai invadente. La bocca è ricca di nerbo acido, freschezza ed equilibrio; ogni componente recita al meglio la sua parte in un copione tutt’altro che banale. Il risultato è una cuvée base solo per quanto riguarda il prezzo.
Euro 36
Importato da Campo di Sasso Distribuzioni

Champagne Extra Brut Blanc de Blancs Grand Cru
Pierre Peters

Se siete alla ricerca di una bollicina morbida, piuttosto dosata e dalla struttura imponente questa non fa per voi. Per almeno due motivi. Prima di tutto ci troviamo davanti a un Extra Brut tutto giocato sull’importante ruolo dell’acidità. Poi c’è lo stile aziendale, uno stile che cerca la verticalità, l’essenza che il vitigno chardonnay riesce a offrire e l’esaltazione dei migliori terroir della Cote des Blancs. Il risultato lo si traduce con finezza, mineralità ed eleganza per una cuvée di gran fascino dove le sensazioni olfattive floreali e agrumate anticipano in piena coerenza una bocca fresca, salina e profonda che richiama subito il sorso successivo. L’azienda si trova a Le Mesnil sur Oger e dal 1919 lavora solo con le uve di proprietà che arrivano dai 18 ettari di vigneto. Nonostante non sia riportata l’annata in etichetta, l’Extra Brut si produce solo nei migliori millesimi. Da non perdere.
Euro 30
Importato da Malgrà

Champagne Brut Réserve Grand Cru
Jean-Yves De Carlini

È una piccola azienda quella di Jean-Yves e di sua moglie. Sono proprietari di poco più di 6 ettari in piena montagna di Reims, a Verzenay. Tra le cuvée elaborate vi segnaliamo il Brut, una bollicina composta principalmente da chardonnay e pinot nero dove quest’ultimo sembra primeggiare specie nelle note olfattive. Sicuramente sia il naso che il palato affascinano sin da subito per delle caratterisitche schiette, molto nitide e pulite che fanno pensare a un preciso stile perseguito dall’azienda. I piccoli frutti rossi annunciano delle sensazioni di cedro, fiori di campo e dolci profumi di pasticceria. Al palato avvolge senza stancare, riempie la bocca senza esser pesante. Anche il finale, in piena sintonia con l’attacco, offre pulizia e precisione. Un gran bel bere, specie se abbinato a polpettine fritte di verdure.
Euro 25
Importato da Global Wine

Champagne Brut Grande Réserve
J. De Telmont

Damery, piccolo comune in piena Valle della Marna. È qui che la maison De Telmont elabora le sue cuvée utilizzando in parti uguali i tre vitigni che regnano in Champagne. Quello che vi proponiamo è un Brut che stupisce e affascina per la pulizia stilistica che si ritrova sia in bocca che al naso. A livello olfattivo sono le note agrumate, di nocciola e pasticceria che emergono persistenti, nitide, ma mai scomposte o invadenti. Il palato è dominato dalla freschezza, che si somma ad una carbonica carezzevole e dosata che rendono la beva profonda, lunga e caratterizzata dal riemergere lieve delle sensazioni sentite al naso. In poche parole? Finezza, eleganza e piacere. Un consiglio? Tenerne sempre almeno due in fresco.
Euro 45
Importato e distribuito in esclusiva da Longino & Cardenal

Champagne Brut Blanc de Blancs Réserve Sélection
Michel Turgy

La prima volta che (alla cieca) assaggiammo il brut di casa Turgy, il parere fu unanime. Il nostro pensiero andò su un prodotto di una grande maison capace, specie con le cuvée più prestigiose, di affascinare anche nelle annate ritenute minori. Il fascino aumentò e si unì allo stupore quando, scoprendo la bottiglia, la scritta Michel Turgy apparì ai nostri occhi. Da allora ripetuti assaggi non hanno fatto altro che confermare l’eleganza e la verticalità della Réserve Sélection, uno Champagne che nasce a Le Mesnil Sur Oger ed è ottenuto dal solo uso del vitigno chardonnay. Il naso è un continuo susseguirsi di note agrumate, floreali, di futta secca e pan di spagna. La bocca è soave, leggiadra e riesce ad accarezzare il palato senza mai appesantirlo ma spingendolo in un finale esemplare per freschezza e pulizia. Che cosa aggiungere se non un commento sul prezzo, uno dei più bassi di questa piccola selezione che non fa che accrescere la nostra soddisfazione per il Brut della piccola maison della Cote de Blancs.
Euro 28
Importato da Global Wine

Champagne Brut Rosé Grand Cru
Gatinois

Non potevamo chiudere la nostra selezione senza una “cuvée in rosa”, inneggiando al Pinot Nero e alle sue affascinanti sfumature. La maison eletta è Gatinois, azienda di Aÿ che dal lontano 1696 grazie a undici generazioni elabora champagne austeri, pieni e complessi. Il Brut Rosé (in cui una piccola percentuale di chardonnay completa l’assemblaggio) impressiona già dal colore, un rosa brillante, ma molto scuro che anticipa il nostro naso e fa pensare a profumi di frutti di bosco, pasticceria, erbe alpine su un fondo quasi fumé. L’olfatto ci conferma tutto e ci prepara a una beva carnosa, avvolgente, grassa, ma mai pesante. Incredibile poi la lunghezza gustativa, profonda e appagante. Da provare assolutamente col piccione al forno, avvalorando così anche la tesi validissima di Daniele Cernilli sull’abbinamento cromatico.
Euro 35
Importato da Soavino

Lorenzo Ruggeri e Giuseppe Carrus

V’immaginate una squadra allenata da Trapattoni tutta vocata all’attacco? Quattro punte, tre trequartisti, due ali veloci e dal dribbling ubriacante, e tra i pali un portiere. Dai piedi buoni per giunta.  I giocatori sono giovani, curiosi e sfacciati; la tattica è bandita come la panna in una carbonara generosa e croccante. Noi sì, ci crediamo e abbiamo scritto una guida a nostra immagine e somiglianza.  A voi Foodies, l’abbiamo presentata ieri alla Città del Gusto, la nostra casa: il Gambero Rosso.

Liberati dal peso dei giudizi (le pagelle non c’interessano), ci siamo semplicemente divertiti a raccontare il panorama enogastronomico italiano. Dal macellaio sotto casa, al ristorante stellato dove lasciare lo stipendio, alla trattoria di paese che profuma di onestà.  Nessuna pretesa di raccontarvi il meglio,  riportiamo quei luoghi che sanno regalare un’emozione a prescindere. In tavola o in cantina. Poco importa se il tovagliato non è all’altezza, se non troverete un piacevole dehors o se per arrivarci dovrete superare un labirinto di curve.  Dritti all’anima del luogo, con una sana leggerezza di fondo per non rischiare di prendersi troppo sul serio.

Si viaggia tra ironia, citazioni di poesie, film e gustosi box di approfondimento. Lo stile è fresco, vivace, più da blog che da guida. Tra il rock e il pop. E se trovate frasi che non superano le quattro parole, sapete già con chi prendervela. Vi regalo un piccolo giro: le cozze sciamaniche di Ciccio Sultano tra i barocchismi di Ragusa, le polpette come le nonne comandano da addentare tra i sampietrini del centro di Roma, la foccaccia blues dai risvolti politici ad Altamura, e poi quella cena romantica sul lago incontaminato incastonato tra le Dolomiti.  Di contorno tante strade del vino da saccheggiare durante i viaggi in macchina con amici, interviste vere ad attori, giornalisti, musicisti e produttori.  Di tutto un po’, ma sempre con gusto.

Chi sono questi foodies? Chi è curioso, aperto al mondo, chi sa apprezzare la qualità, chi non aspetta le notizie ma se le va a cercare su internet, chi non si accontenta di  una ricetta, chi rischia, chi copia Pablito, chi ama il cibo e il vino. E’ lo stagista sottopagato che salva i soldi per regalarsi una serata da sogno; la mamma che al mercato seleziona rigorosamente le mele per il figlio; chi progetta i viaggi in base ai ristoranti e alle cantine, chi ama cucinare, chi non ordinerà mai un prosecco dolce, chi ha tanta passione.

Siamo noi, siete voi.

Foodies
1.000 indirizzi dove il cibo è piacere e passione
pp. 320
14,90 euro

In libreria e nelle peggiori edicole.

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